Certificazione etica
Un primo importante passo per le piccole e medie imprese del settore Moda


Finalmente le imprese potranno far valere i comportamenti etici!

Il 22 aprile scorso si è tenuto presso la Pontificia Università Gregoriana il Convegno LA CERTIFICAZIONE ETICA: Come realizzare i principi etici in campo socio-economico – Proposta di legge n. 2933 concernente la discussione dei principi etici relativi ai rapporti socio-economici delle imprese.
Il convegno è stato organizzato dalla Facoltà di Scienze Sociali con la partecipazione del Comitato di Promozione Etica onlus e della Confesercenti Nazionale rappresentata dal Vice Direttore Generale della Confesercenti, dott. Mauro Bussoni, che in tale occasione ha presentato i risultati di una ricerca in merito alle istanze etiche dei propri iscritti.
Il progetto di legge promosso dal Comitato ha suscitato un ampio dibattito da parte dei relatori scelti tra professori di etica economica esperti di scienze sociali. Il dibattito è stato moderato dal Dr. Giuseppe Sangiorgi esperto giornalista parlamentare.
La ragione del convegno, anche se a prima vista sembrerebbe complessa, in realtà è molto semplice: rispondere innanzitutto alla domanda: Possiamo continuare così? Vale a dire se possiamo continuare nei rapporti economici a fare a meno di regole etiche e se le norme contenute nel progetto di legge n. 2933 presentato per la discussione presso la X commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati, possono essere considerate una soluzione legale plausibile ai problemi etici quotidianamente evidenziati dalla stampa.
Dalle relazioni presentate e dal dibattito che ne è seguito è emerso con chiarezza come vi sia una forte necessità da parte dello Stato di rispondere alle domande di etica dei propri cittadini. Ciò a tutti i livelli e soprattutto da parte delle imprese, le quali credono, come è risultato dalla ricerca Confesercenti, nella forza dei buoni comportamenti cosiddetti Best practice.
Il progetto di legge prende spunto da un modello già testato, di nuova strategia comportamentale che intende salvaguardare quelle imprese che muovendosi onestamente nel proprio ambito di attività, hanno diritto ad essere riconosciute e supportate dal contributo pubblico di chi ne beneficia.
Come tutti sano, e stiamo purtroppo sperimentando, i settori economici su cui pesa l’attuale crisi, sono soprattutto quelli della moda, del turismo, dei servizi e del commercio che hanno visto diminuire in maniera rilevante le proprie prospettive di crescita. Ma ciò non è dovuto soltanto alla crisi finanziaria, bensì anche alla concorrenza sleale ed al dumping sociale che certe imprese sono costrette a subire. Il problema dei costi e del mancato accesso al credito bancario necessario per sostenere momenti di difficoltà è sempre più sentito. Le misure di sostegno promesse dal Governo si lasciano fortemente desiderare, ponendo seri problemi a tutti coloro che non per incapacità o incompetenza subiscono perdite di clientela dovute a distorsioni commerciali operate sul mercato da prezzi “impraticabili”, da “svendite” camuffate da “commercializzazioni sottocosto”, da lavorazioni “falsamente griffate” ecc., per non parlare poi delle difficoltà derivanti dalla necessità del rispetto delle regole, del rispetto dell’ambiente, nonché dal corretto pagamento di imposte, tasse e contributi nel rapporto con le autorità fiscali. Ci sono inoltre altri aggravi derivanti dal rispetto dei contratti con i dipendenti, dal corretto e puntuale pagamento dei fornitori e dal rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro.
Tutto ciò nel nostro Paese sembra non risvegliare la dovuta attenzione di chi governa e di chi ha l’autorità per poter introdurre non solo controlli, ma anche sistemi di sostegno per superare questa difficile congiuntura. Spesso ci si domanda retoricamente cosa si può o si potrebbe fare e difficilmente si sentono risposte non diremmo risolutive, ma almeno indicative di una soluzione.
In tale contesto sembra invece assai importante e concreto fare un riferimento al punto focale del tema del Convegno di cui abbiamo appena accennato, cioè alla “certificazione etica”, a questa novità che dovrebbe aiutare le imprese “virtuose” ad uscire dall’anonimato settoriale per divenire elemento di spicco nelle attività economiche in cui il profitto si ricostruisce a partire dalle corrette relazioni socio-economiche. Ricostruire insieme, attraverso l’applicazione di questa speriamo futura legge, un tessuto di fiducia in cui tutti possano sentirsi sicuri delle proprie qualità e possibili prospettive e i “furbi” che purtroppo non mancano mai, siano però finalmente smascherati; inoltre tutti coloro che vogliono comportarsi onestamente e con lealtà verso i propri interlocutori, possano farlo senza soffrire la concorrenza sleale di chi invece abusando del mancato rispetto delle regole respinge in un cantone chi si comporta bene e guadagna “in nero” potendo contare sulla contabilità “in nero”, sul lavoro “nero”, sul fatturato “in nero” ecc..
Ma come si può ovviare a tutto ciò? Nel Convegno lo si è detto: far approvare questo progetto e permettere a chi si comporta bene di ottenere benefici concreti che possano dare un vantaggio competitivo contro chi non lo fa. Per spiegare meglio riportiamo quanto esposto dal Prof. Romeo Ciminello, Presidente del Comitato di Promozione etica ed ideatore del progetto.
Nella sua relazione parlando del progetto dice che la proposta potrebbe essere definita come una realtà fuori dagli schemi, una proposta di discontinuità con quanto si vive oggi, ma che quantunque avvertita, resta ancora tutta da assimilare non solo da parte del sistema socio-economico, ma anche dal sistema politico, grande assente dalla scena produttiva del Paese.
Il fatto che il convegno si sia tenuto in un ambiente universitario è da ricondursi alla volontà di svolgere una verifica scientifica con un dibattito in sede accademica per sostenere quello che si tiene in sede parlamentare. Infatti essendo i principi di riferimento di questo modello chiaramente riconducibili al Magistero della Chiesa cattolica la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana che ha sostenuto il Comitato di Promozione etica nella ricerca e nell’elaborazione di questo nuovo modello di certificazione comportamentale, non poteva non sottoporre ad esame scientifico l’articolato legislativo.
Il Professore poi ha sottolineato che l’iniziativa parlamentare attualmente è sostenuta da 10 Deputati che si spera possano presto aumentare per dare al dibattito un tono bi-partisan con un consenso generalizzato.
Il modello che si presenta nel progetto deve essere considerato come un autentico salto di paradigma: credere non più nella cogenza dei controlli, quanto invece nella forza della coscienza. Ecco in breve il significato della certificazione etica. Etica nel suo significato esistenziale di conoscenza del bene e della possibile azione volta ad attuarlo.
Etico nel suo significato di Responsabilità sociale dell’impresa che si riverbera in tutti i rapporti con i suoi interlocutori.
La struttura della certificazione etica si fonda sulla formazione della coscienza alla responsabilità sociale e prevede un quadro di riferimento fondato su 4 elementi portanti: 1) La competenza professionale; 2) la conoscenza dei limiti etici della professione; 3) la trasparenza; 4) la censura sociale.
La proposta di legge in discussione tiene conto di questi indicatori di coscienza e si sviluppa in 8 articoli.
Nel primo articolo si evidenziano le finalità della certificazione etica, rivolta soprattutto alle imprese quotate e non quotate, nonché artigiane e a quelle del settore no-profit che raccolgono fondi direttamente o per il tramite di intermediari finanziari.
Questo si rende necessario perché non sempre chi chiede i soldi sul mercato ha poi comportamenti rispettosi di chi glieli ha prestati ed allora è bene che vi sia un impegno preciso nei confronti di chi affida loro i propri soldi affinché non vi siano connivenze strumentali tra intermediari finanziari e managers disinvolti.
Nel secondo articolo vengono indicate le diverse definizioni di certificazione etica, di rischio esposti, di rischio apportatori, di indice di fiducia, di società di certificazione etica e dei requisiti necessari per svolgere l’attività nonché il procedimento per ottenere la certificazione, i titoli per svolgere la mansione di certificatore etico da parte del personale che si prepara a questa nuova professione e la previsione di iscrizione nel registro nazionale delle società di certificazione etica. E’ importante sottolineare che tale articolo introduce anche l’opportunità di poter creare un’ulteriore figura professionale: il manager etico indipendente, specificamente normato poi dal successivo art. 6. Infatti con la previsione del riconoscimento da parte delle Associazioni di categoria e dei consumatori della società di certificazione etica, questi sarà l’interlocutore adeguato, come indicato poi nel successivo art.4, e potrà trovare inserimento anche nelle Associazioni di categoria, chiamate a vigilare sui comportamenti dei propri iscritti che hanno scelto di certificarsi eticamente, nonché nelle associazioni dei consumatori chiamate ad avviare l’eventuale procedimento di revisione etica per l’impresa che non rispettasse gli impegni presi con i propri specifici rischio esposti che sono clienti e consumatori.
Nel terzo articolo si stabiliscono le regole per l’uso della denominazione “certificazione etica” e per il rilascio dell’attestato e del contrassegno di certificazione etica e l’iscrizione nell’elenco istituito presso le competenti Camere di Commercio. Tale pubblicità si rende necessaria affinché la trasparenza dei comportamenti possa essere sempre in primo piano e sempre elemento discriminante rispetto ai controlli di qualità.
Nel quarto articolo si evidenziano le regole per la corretta informazione e tutela del consumatore nonché il contributo di vigilanza dato dalle associazioni dei consumatori e dalle associazioni di categoria. Le prime chiamate ad istituire uno sportello specifico e le seconde un adeguato sistema di controllo. Questo articolo infine stabilisce oltre alle regole di pubblicizzazione dello status di impresa certificata etica, anche le modalità e gli elementi che possono essere oggetto di pubblicità da parte di queste imprese. Tra gli elementi più importanti la novità consiste soprattutto nella possibilità di pubblicizzare la lista degli impegni presi con i rischioesposti in termini di responsabilità e della volontà di ridurre i rischi corsi dal rischioesposto con il relativo impegno di spesa. Inoltre è possibile pubblicizzare la scelta di inserire dipendenti diversamente abili quando questi sono in proporzione superiore di un terzo al dettato della legge. Tale previsione è forse la più avveniristica in termini di salto di paradigma, in quanto l’avviamento al lavoro dei disabili non trova spazi agevoli nel tessuto economico delle imprese. Questo incentivo invece permetterebbe di ritrovare quel bene relazionale che edifica la persona umana nella sua dignità, bene che purtroppo stiamo via via perdendo. E’ interessante notare che nella pubblicità c’è anche la possibilità di mettere in evidenza l’assenza di pratiche finanziarie speculative volte all’accumulazione di proventi, nonché l’uso della fattura etica e l’assenza di ricorso a prestiti usurari e a legami mafiosi. Infine può essere pubblicizzato, dall’impresa che si certifica come etica, il corretto comportamento in ambito fiscale e le politiche antinquinamento adottate per la salvaguardia dell’ambiente.
Nell’articolo cinque sono inseriti gli aspetti più innovativi rispetto alle attuali concezioni comportamentali. Infatti si enumerano tutte le concessioni a favore delle imprese eticamente certificate. Ottenere finanziamenti agevolati, ottenere detrazioni fiscali in relazione ai costi sostenuti per la certificazione etica, ottenere una sovvenzione statale pari al 50% della quota necessaria per la partecipazione a confidi locali a scopo antiusura. Specialmente oggi con la prospettiva di Basilea 3 ciò appare quanto mai importante. Ottenimento di spazi televisivi gratuiti per pubblicizzare la propria immagine su reti pubbliche. Ottenere un contributo statale del 30% dei costi di pubblicità sostenuti per la pubblicizzazione di prodotti recanti il contrassegno etico. Infine si prevede la possibilità di partecipare alla costituzione di una speciale banca di credito cooperativo etico. Appare molto importante infatti trovare nuovi modelli di sviluppo in sede locale e questo potrebbe essere un vero punto di svolta delle realtà locali formate da un tessuto imprenditoriale sano. La certificazione etica permetterà a coloro che saranno riconosciuti di avere anche il supporto di uno sportello bancario locale e, si spera che la Banca Etica possa prendersi l’onere della sua costituzione.
Nell’articolo sesto si enunciano le necessarie modifiche da apportare al codice civile concernenti gli art. 2409, 2412, 2449 e 2555 e con i quali si crea la figura del manager etico indipendente oltre a quella del certificatore etico previsto già nell’art. 2.
Nel settimo articolo sono previste le sanzioni per coloro che violano le disposizioni o che fanno uso abusivo del contrassegno o della denominazione di società di certificazione etica.
Infine l’articolo ottavo raggruppa le tutele previste dallo Stato e dagli Enti territoriali a salvaguardia degli effetti discorsivi della concorrenza sleale.
La certificazione etica assume una configurazione completamente diversa da quelle che probabilmente si conoscono come certificazioni di qualità, che basano il proprio operato sulla conformità ad uno standard di riferimento controllato da un consulente esterno che poi rilascia la cosiddetta certificazione.
Questo modello invece prevede una funzionalità mirata a restaurare la fiducia in imprese ed enti immersi nel mondo sociale formato dai loro rischioesposti. Non per niente si introduce anche un nuovo indicatore di fiducia.
Enti ed imprese, in conformità allo strumento proposto, rafforzeranno quel clima di confidenza necessario per conquistare o riconquistare significative posizioni di efficienza, di mercato o di immagine, dimostrando di perseguire scopi etici all'interno del contesto socio-economico.
Il modello proposto soddisfa le necessità derivanti dall’adeguamento alle nuove impostazioni organizzative che se attualmente vengono proposte alle imprese, nulla vieta che in futuro si possa ipotizzare una certificazione degli Enti con azioni sempre più mirate a strategie di efficienza, che richiedono di adottare sistemi organizzativi volti a prevenire ed impedire la creazione di sacche di inefficienza e di aree in cui sia possibile commettere reati (tipici) di concussione e corruzione. Tali impostazioni sono fondamentali non solo per rammendare il tessuto di fiducia socio-economico delle relazioni sociali, ma anche per la corretta evoluzione delle relazioni bancarie e per la raccolta o la concessione del credito.
Per terminare questa breve disamina vale la pena dire che questo è un modello self-realizing, vale a dire che la sua attuazione sarà possibile nella misura in cui, non solo ci sarà una legge, ma soprattutto ci sarà una determinazione forte a raggiungere gli obiettivi etici, troverà un terreno fertile nella volontà di cambiamento dell’impresa che non si sentirà più abbandonata a se stessa, ma sostenuta in uno sforzo comune di ricostruire nella propria responsabilità sociale quel sentimento di fiducia che è alla base di ogni rapporto umano soprattutto di natura socio-economica.